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Femonazionalismo: dibattito con Sana Breigheche

Ad aprile abbiamo proposto una videoconferenza in diretta fb, partecipata da 62 persone sulle seguenti tematiche: femonazionalismo, islamofobia, discriminazioni, donne e libertà con Sanà Breigheche Sadouni, studentessa in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento, membro del Consiglio Provinciale dei Giovani in rappresentanza del mondo universitario e attivista dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia. Un appuntamento introduttivo a Femonazionalismo: il razzismo in nome delle donne, giornata di presentazione del libro di Sara Farris, pubblicato in Italia da Edizioni Alegre

Femonazionalismo: il razzismo in nome delle donne

Un webinar per approfondire la conoscenza di questo nuovo concetto, coniato da Sara R. Farris e dell’omonimo volume edito da Edizioni Alegre e di discuterne su una piattaforma digitale, in videoconferenza.

Il concetto è già diventato una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte di alcune forze politiche della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.

Oggetto di indagine sono le strategie comunicative messe in atto. Le retoriche utilizzate insistono sull’idea che gli uomini immigrati siano un pericolo per le società occidentali. Una narrazione di cui troviamo ricorrenze storiche nelle politiche coloniali impegnate a rappresentare gli uomini colonizzati come minacce sessuali e le donne colonizzate come proprietà dei “salvatori” bianchi.

Ma il femonazionalismo è una ideologia che scaturisce da un’inedita intersezione tra nazionalisti, politici neoliberisti e alcune associazioni femministe e donne delle istituzioni. Una convergenza che nasce dalla volontà di mantenere la catena materiale della produzione e della riproduzione sociale. Nascondendo le disuguaglianze strutturali dietro conflitti culturali il femonazionalismo contribuisce alla riorganizzazione

neoliberista del welfare. Se gli uomini immigrati sono accusati di “rubare il lavoro” o essere dei “parassiti del welfare”, le donne immigrate invece permettono agli europei e alle europee di lavorare nella sfera pubblica garantendo quel lavoro di cura che le ristrutturazioni neoliberiste hanno mercificato: lavori domestici, baby sitting e assistenza per anziani e disabili. Ne viene fuori una contraddizione di fondo: si sostiene di voler emancipare le donne immigrate relegandole in quella sfera lavorativa da cui i movimenti femministi hanno storicamente cercato di liberare le donne. E riducendo il tema dei diritti di genere a uno scontro di civiltà si legittimano le molteplici forme di oppressione che ancora colpiscono le donne.

L’uso contemporaneo del femminismo e dell’uguaglianza di genere come strumenti al servizio dei discorsi nazionalisti e razzisti dev’essere compreso non semplicemente come una «copertura ideologica» in senso negativo e limitato, come una distorsione o una bugia. L’ascesa del femonazionalismo deve essere decifrata anche in diretto collegamento con la posizione specifica delle donne nella catena economica, politica e materiale in senso lato della produzione e della riproduzione.

-Marta Boulanger , dottoranda in Sociologia all’Università di Genova. Scrive sulla rivista nazionale Jacobin Italia e sul blog Effimera di islamofobia, femminismi contemporanei, intersezionalità, stereotipi di genere, razzismo e colonialismo. Ha lavorato alla traduzione della pubblicazione “Femonazionalismo” di Edizioni Alegre insieme a Marie Moïse .

-Monica Pietrangeli, coordinatrice Commissione Pari Opportunità FNSI ( Federazione Nazionale della Stampa Italiana)

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